Piattaforma MIUR per il PTOF: prendere o lasciare?

di Antonio valentino.

A metà ottobre (Nota del 16.10) il MIUR ha pubblicato – come è noto – una proposta di format per il PTOF, da predisporre per gli incontri con genitori e studenti in vista delle iscrizioni al prossimo anno scolastico (che – è stato annunciato – cominceranno dopo le vacanze natalizie e chiuderanno a fine gennaio).

La proposta – richiama la Nota – si propone di facilitare il lavoro di predisposizione del Piano da parte delle scuole, ma anche di permettere una valutazione comparativa da parte degli studenti e delle famiglie tra gli Istituti a cui iscriversi.

Il Miur ha pensato di intervenire sulla questione POF – che un po’ da sempre la nostra scuola si trascina dietro con tutte le sue problematicità -,

  • fornendo una struttura di riferimento su una piattaforma realizzata all’interno del portale SIDI ,
  • rendendo evidenti i passaggi normativamente previsti per facilitare l’attività di pianificazione e fornendo una serie di dati precaricati,
  • sostenendo le attività delle istituzioni scolastiche, con alcuni strumenti comuni di riferimento per l’autovalutazione (RAV), il miglioramento (PdM), la progettualità triennale (PTOF) e la rendicontazione (RS).

Ovviamente l’utilizzo della piattaforma è facoltativo e ogni scuola può apportare regolazioni e personalizzazioni all’interno delle sezioni, così da rendere il PTOF in sintonia con le specifiche esigenze e peculiarità di ogni contesto e di ogni istituzione scolastica.

Viene inoltre previsto un piano di accompagnamento da parte del Miur in collaborazione con gli Uffici Scolastici Regionali.

Da sottolineare anche il riferimento alla rendicontazione (quarto ed ultimo momento dell’Autovalutazione di Istituto), allineata temporalmente al PTOF.

Praticamente, a leggerla, una proposta a tutto tondo.

Era il caso?

Ma, prima di considerare il format proposto, che è alla base di queste considerazioni, alcune annotazioni e qualche interrogativo sull’iniziativa ministeriale.

Penso che, oggi come oggi, nessuno (a voler esagerare, per ottimismo incallito) si straccerà le vesti di fronte a questa proposta, nè griderà all’attacco contro l’autonomia. In questa fase di disorientamento, anche alla luce delle esperienze pregresse, la proposta potrebbe addirittura piacere ai più.

Tuttavia, il criterio della vigilanza critica – come si dice -, appannato ma non completamente scaduto, è bene continuare a tenerlo vivo.

L’intento di queste note è pertanto di interrogarsi su alcuni aspetti della struttura proposta, alla luce sia  delle esperienze maturate in questi anni,  sia di una lettura più matura dell’art. 3 del Regolamento dell’autonomia, come riscritto nella L. 107/2015.

Triennalità e indirizzi del DS cercansi

Comincerei da alcune ‘assenze’, diciamo così, rilevabili nella struttura:

  • la triennalità, in primo luogo: che fine fa nel nuovo POF? le esperienze pregresse avevano fatto emergere due esigenze importanti: 1. una processualità meno affannosa e più distesa dei percorsi realizzativi dei vari progetti previsti dal Piano; 2. la consapevolezza che le competenze, trasversali e disciplinari, non dovessero essere considerate come traguardi affrettati. La formazione di una competenza, ai livelli di una buona padronanza, richiede – come è noto – la previsione di passaggi, di tempi adeguati di maturazione e sedimentazione, che, nella maggior parte dei casi, richiedono tempi lunghi.

Ma dire triennalità significa anche riportare in primo piano due passaggi non più trascurabili. 1.  L’esplicitazione, nel Piano, dell’impegno progettuale della scuola: ovviamente secondo modi e tempi autonomamente decisi; 2. La capacità progettuale come elemento centrale del profilo docente (e la progettazione come attività fondamentale della scuola).

Come dire: senza previsione di attività di progettazione – per ciascuna delle aree di attenzione del Regolamento dell’autonomia (il curricolo, l’offerta integrativa, la dimensione educativa del fare scuola, l’organizzazione) – c’è il rischio che si cada nell’improvvisazione e nel pressappochismo e in una routine senza visione.

  • Gli indirizzi del DS: dove si collocano? Non ce n’è traccia, né nella nota illustrativa né nel format Eppure si tratta di un atto – se così possiamo chiamarlo – che dovrebbe portare a sintesi attese e bisogni dei vari attori chiamati in causa nell’operazione POFT: dai docenti, agli studenti (ove il caso), ai genitori, alle forze rappresentative del territorio … Si tratta di qualcosa forse più interessante di tanti documenti cartacei che la scuola formalizza e mette in chiaro; questo, ovviamente, se pensati – gli indirizzi, dico – come Dio comanda.

Tra scatole cinesi e sguardo corto. E soprattutto sviste compromettenti

È certamente apprezzabile – del format – la leggibilità complessiva del Quadro generale: 5 sezioni, tutte articolate così da renderne rintracciabili i percorsi.

Riconosciuto questo, va detto però che, entrando dentro le sezioni (più precisamente: in alcune di esse), qualche problema o svista, diciamo così, viene fuori; e districarsi tra difficoltà, opacità o inesattezze non è sempre facile.

Un primo esempio è rilevabile nella Sezione: Scelte strategiche. Nella quale hai l’impressione di trovarti di fronte ad incastri di scatole cinesi. Prendi la sottosezione 4, dedicata al Piano di Miglioramento.  Qui – tra percorsi e attività previste dai percorsi, obiettivi di processo legati ai percorsi, priorità collegate agli obiettivi e obiettivi alla ricerca delle connessioni più funzionali senza perdersi nei passaggi, eccetera -, sembra di trovarsi di fronte a un “entrare e uscire” e “aprire e chiudere” così complicato di azioni e processi, strategie e tempi, percorsi e traguardi … che per destreggiarti alla meglio devi essere un discendente di Pico della Mirandola e averne ereditato il tipo di memoria. E potrebbe anche non bastare.

Un altro esempio dalla Sezione 5, dedicata all’Organizzazione. Che sappiamo essere aspetto cruciale della vita di una scuola. Qui, il ‘modello’ proposto, sembra dimenticarsi che la scuola è una organizzazione complessa tendendo a proporne invece una rappresentazione che non convince (nel senso che non ne coglie elementi essenziali) e non aiuta (nel senso che non offre paradigmi di riferimento che permettano di migliorare lo sguardo e di sviluppare visione). Parole chiave come: comunicazione, relazioni, deleghe, coordinamento, codici di comportamento, leadership, sembra non esistano, neanche a volerle cercare con il cannocchiale di un astrofisico.

 

C’è però un problema a monte che preoccupa ancora di più e che tende a configurarsi come un problema di fondo. È emerso in un confronto tra alcune dirigenti ANDIS Lombardia (Associazione Nazionale Dirigenti scolastici); ma è evidentemente sfuggito ai responsabili ministeriali.

I quali, volendo forse dare rilievo al Piano di Miglioramento (siamo nella Sezione: Scelte strategiche), ne hanno precaricati addirittura i progetti operativi. Solo che non si sono accorti di una evidente sfasatura temporale; e cioè che “il PdM – e ciò che viene precaricato – si riferisce, tutt’al più, all’anno in corso, mentre il PTOF è relativo al triennio 2019-2022”.

I progetti del PdM “caricati” infatti si riferiscono a un processo di autovalutazione che chiude a giugno prossimo il suo ciclo quinquennale. E, quindi difficilmente potranno “incrociare” – e addirittura negli stessi termini – i problemi e le attese a cui invece è chiamato a guardare il nuovo PTOF.

Detto in altri termini: si chiede alle scuole, con il nuovo format – e relativa piattaforma -, di costruire il nuovo Piano dell’Offerta Formativa – il cui senso si fonda soprattutto, anche se non solo, su scelte di miglioramento rispetto al triennio precedente -, ma senza aver aggiornato il RAV. “In assenza del quale, ci vuole una sfera di cristallo per azzeccare priorità e traguardi”.

 

Comunque una valutazione più approfondita e precisa della struttura prevista la potranno dare le scuole, dopo averne concretamente sperimentato tutti i vari passaggi ed eventualmente individuati correttivi e aggiustamenti alle ‘sviste’ ministeriali.

Molto dipenderà anche dal tipo di supporto che le scuole avranno in questa operazione, non tanto sotto il profilo compilativo, quanto su quello della messa a punto del suo senso e delle scelte per renderlo efficace. E – idea personalissima – sul ruolo che vorrà giocare il DS.

Memorandum: il Piano come espressione dell’autonomia e work in progress

Concludo. La struttura ministeriale proposta può anche risultare opportuna e utile. Ma la condizione è – penso – che si abbia presente, nel suo utilizzo, l’orizzonte di riferimento e di senso dell’operazione a cui si sta lavorando e si cerchi di esplicitarlo e renderlo leggibile ai più.

Si tratta comunque di una operazione difficile e complessa. Per questo è forse opportuno viverla come un work in progress e nella logica delle approssimazioni successive. Solo così probabilmente potrà aiutare a superare situazioni diffuse in cui è attualmente prevalente una routinarietà faticosa che mette pezze, ma non rinnova vestiti.

Tutti questi ragionamenti tuttavia, per essere credibili, devono poter contare – con una qualche prospettiva certa – soprattutto su due leve fondamentali: sui  docenti – sulla loro motivazione e il loro protagonismo –, e quindi su un nuovo contratto all’altezza di queste ambizioni; e sui DS, sulla loro intelligenza emotiva e  su un profilo che rimetta finalmente in primo piano il core del loro ruolo professionale.

Ma a chi lo diciamo?

Si potrebbe provare con il Premier (dicono) Luigi Matteo Conte, devotissimo – come è noto – di Padre Pio.

Chissà! Una buona parola, dove si puote ciò che si vuole, potrebbe fare addirittura miracoli.