La scuola all’estero

di Giada Boccuzzi, Gabriel Vardè, Andrea Cheodarci, Leonardo Casali, Matteo Casati. Abbiamo intervistato cinque ragazzi stranieri dai 14 ai 18 anni che frequentano scuole diverse, tutte fuori dall’Italia: ecco cosa ci hanno spiegato riguardo al metodo di insegnamento che sperimentano e, in generale, alla vita scolastica all’estero.

 

Si afferma spesso che la scuola italiana sia molto diversa da quella straniera, e quasi sempre questa diversità non è intesa come un fattore positivo, ma qualcosa che la rende arretrata e malorganizzata. L’aspetto maggiormente criticato del nostro sistema scolastico è il metodo di insegnamento adottato nei licei, spesso accusato di essere poco improntato alla formazione etica e sociale dell’alunno e ad uno sviluppo delle capacità logiche, in favore invece di un nozionismo fine a se stesso.

Abbiamo perciò intervistato cinque ragazzi stranieri, residenti in Belgio, Francia, Brasile, Spagna e Germania, per informarci su ciò che effettivamente accomuna e differenzia il sistema scolastico italiano e quello di questi Paesi: alcune risposte confermano alcuni luoghi comuni, mentre altre ci hanno sorpreso, rivelandosi molto diverse dalle nostre aspettative.

Noa è una ragazza spagnola di 17 anni che frequenta la scuola “IES Murgados” a Coruña, una città della Galizia. Ritiene di essere soddisfatta del livello di insegnamento della sua scuola, tuttavia se potesse apporterebbe alcune modifiche all’edificio della scuola che descrive come piuttosto triste, una sorta di prigione. Wilma, 14 anni, invece, che frequenta la “Graeus Kloster” di Berlino, afferma di frequentare una scuola molto moderna ed efficiente dal punto di vista delle infrastrutture. Inoltre, pur ritenendo che la sua scuola fornisca un insegnamento ottimale per quanto riguarda le materie scientifiche, preferirebbe che le lezioni di lingua (inglese, tedesco) sviluppassero maggiormente la capacità di dialogo rispetto alla conoscenza della grammatica. Bruno (18 anni) e Thierry (16 anni) sono iscritti rispettivamente alla scuola “Santo Américo” a San Paolo in Brasile e all’”International School” di Nizza in Francia: si ritengono entrambi sufficientemente soddisfatti della propria scuola dal punto di vista didattico, sociale ed estetico. Clara, infine, frequenta con grande soddisfazione il primo anno di superiori alla “European School of Brussels II” (EEB2) ed ammira la sua scuola, considerata molto esclusiva nel suo Paese, perché, essendo una scuola europea, c’è la possibilità di conoscere persone di diversa nazionalità (italiana, finlandese, svedese, lituana, portoghese, inglese, tedesca e olandese).

Abbiamo chiesto ai ragazzi intervistati come fosse strutturato il loro curriculum di studi, e la risposta è che in nessuno il percorso si svolge come in Italia. Noa, Wilma, Thierry e Clara ci hanno infatti spiegato che da loro le superiori durano quattro anni, anche se Noa ad esempio ci ha detto che in Spagna, alla fine di questi quattro anni, tendenzialmente si frequentano due ulteriori anni di scuola più specifica che vengono chiamati “levels”, che non sono tuttavia obbligatori, durante i quali si approfondisce lo studio di alcune materie che possono in parte essere scelte dall’alunno. Bruno invece ha affermato che in Brasile le superiori sono strutturate su tre soli anni, molto pochi rispetto a quelli che svolgiamo in Italia, anche se i ragazzi iniziano le superiori all’età di 15 anni, un anno dopo rispetto alla media.

Abbiamo poi posto ai ragazzi delle domande riguardanti l’utilizzo di dispositivi elettronici come iPad o Laptop. Noa ha risposto che solo per i primi due anni ha utilizzato i libri, successivamente il lavoro è stato eseguito esclusivamente su computer. Thierry li utilizza entrambi allo stesso modo. Esperienza totalmente diversa per i restanti intervistati che affermano invece di utilizzare quasi esclusivamente i libri. È possibile quindi affermare che anche all’estero, così come in Italia, la tecnologia non ha ancora preso del tutto il sopravvento, anche se ogni aula è dotata di proiettore e LIM (lavagna interattiva multimediale), e tutti i docenti utilizzano presentazioni multimediali per l’insegnamento della maggior parte delle materie.

La questione dell’insegnamento è uno degli argomenti più dibattuti: si afferma spesso, infatti, che la scuola italiana sia troppo legata alle conoscenze teoriche rispetto alle competenze logiche. Riguardo a ciò i ragazzi hanno affermato che all’estero effettivamente l’insegnamento è spesso basato più sulla logica che sullo studio teorico: tre degli intervistati, Noa, Wilma, Bruno, avvalorano questa tesi, solo Thierry afferma che il suo insegnamento sia basato sullo studio teorico, mentre Clara afferma che è indifferente. Nonostante siano singole esperienze e non si può dedurre che sia così in tutti i paesi, i dati affermano che in Spagna, Germania e Brasile sia preferita una scuola basata più sulla logica, in Francia sia indirizzata verso uno studio più teorico, infine in Belgio la discrepanza tra i due metodi è trascurabile.

Per quanto riguarda le materie più studiate e considerate più importanti, la risposta è stata unanime: le lingue, tra le quali sicuramente tedesco, francese, spagnolo e ovviamente inglese. Inoltre è stata posta una domanda riguardo alle materie più “odiate” e considerate inutili: fortunatamente la risposta è stata che non esistono materie inutili da studiare, e che dipende molto dalle attitudini dello studente e dall’insegnante.

 

Il fenomeno dello studio all’estero da parte degli adolescenti è in forte aumento. I dati raccolti avvalorano questa tesi, in quanto tutti i ragazzi hanno svolto esperienze scolastiche all’estero. Questo fenomeno è sicuramente in aumento a causa della globalizzazione e delle facilitazioni che non erano presenti nei tempi passati. L’anno maggiormente indicato per questo tipo di esperienza è il terzo o il quarto, in quanto si deve aver raggiunto una certa maturità e responsabilità.

Abbiamo infine chiesto informazioni ai cinque ragazzi su aspetti più pratici della loro vita scolastica. Per quanto riguarda gli orari di inizio e fine scuola, Noa, Wilma, Thierry e Clara iniziano circa alla stessa ora, tra le 8 e le 8:30; Bruno invece entra a scuola molto presto, alle 7, ma esce altrettanto presto, alle 12:40. Per gli altri la giornata dura sei ore, tranne che per Thierry e Clara che, frequentando la “International ed European School”, hanno orari diversi, ed infatti per loro le lezioni si svolgono dalle 8 alle 17, anche se un’ora è dedicata al pranzo con interruzione delle lezioni, per un totale di otto ore scolastiche. Per quanto riguarda invece le vacanze, e quindi la sospensione delle lezioni, non abbiamo riscontrato grandi differenze con quelle che viviamo noi in Italia: quelle principali sono estive ed invernali, alle quali si aggiungono alcuni giorni di festa a Pasqua e in occasione di feste nazionali.

Un altro aspetto che ci interessava molto è quello della valutazione: abbiamo osservato come in alcuni casi ci siano evidenti differenze rispetto al sistema italiano, sia in positivo sia in negativo. Un sistema di valutazione che per noi può sembrare strano è quello che ci ha descritto Wilma: nelle scuole tedesche la valutazione massima, data a prove ottime, è l’1, fino ad arrivare al 6 che è un voto gravemente insufficiente; nel mezzo i voti si considerano sufficienti fino al 4, mentre 5 e 6 sono gravemente insufficienti: se a fine anno un alunno ha in due o più materie una media di 5 o 6 deve ripetere la classe. Noa, Bruno e Clara invece ci hanno spiegato che da loro la scala dei voti è molto simile a quella italiana, con voti che vanno da 0 a 10, ma se in Brasile come in Italia il voto minimo per la sufficienza è 6, al contrario in Germania e nella “European School” vi è più tolleranza, infatti basta il 5 per considerare una prova sufficiente. Infine la scala di valutazione più severa si è rivelata essere quella descritta da Thierry: nella “International School” da lui frequentata i voti vanno da 0 a 7, e la soglia minima per essere considerati sufficienti è il 5, il che vuol dire che con lo stesso metro, in Italia, sotto il 7 la prova sarebbe insufficiente.

Riguardo alla difficoltà delle varie scuole superiori di uno stesso Paese, tutti gli intervistati sono concordi nel sostenere che non esistano scuole facili e difficili, ma che spesso la differenza dipenda dagli insegnanti o anche dalle varie sezioni di una stessa scuola nelle quali si viene estratti. Noa afferma però che in Spagna ci sia una lieve differenza tra scuole statali e private e che sia più complesso affrontare una scuola del primo tipo, ma comunque non è una differenza significativa in quanto tutto dipende comunque dall’attitudine dell’alunno e dalla sua predisposizione allo studio. Inoltre le difficoltà possono anche dipendere dalla quantità di materie che un ragazzo deve studiare: tutti gli intervistati ci hanno spiegato come in ogni Stato ci siano materie obbligatorie, che sono quelle di base come inglese o matematica, ma ad esempio solo per Wilma e Bruno non ci sono materie aggiuntive che si possono scegliere, mentre per gli altri sì. Thierry, ad esempio, ci ha detto che si può scegliere di studiarne anche altre come informatica, teatro, scienze, storia e arte (le ultime tre sono invece obbligatorie in Italia, e questo è un grosso punto di diversità con alcune scuole straniere), mentre, come accade anche da noi, alcune lingue possono essere studiate in aggiunta, come ad esempio il francese che Clara studia per sua scelta.

In conclusione, tutti gli intervistati sembrano complessivamente soddisfatti della scuola che frequentano, nonostante nessuno di loro la reputi perfetta. Siamo perciò sicuri che il nostro continuo criticare la realtà scolastica italiana sia sempre necessario e fondato? O forse dovremmo analizzare i fatti con meno pessimismo e più spirito di iniziativa per migliorare il nostro sistema scolastico?

 

Giada Boccuzzi, Gabriel Vardè, Andrea Cheodarci, Leonardo Casali, Matteo Casati