I vocianti e … la scuola

di Cinzia Mion.

Negli ultimo giorni o meglio nelle ultime ore, nel sentire alla TV schiere di vocianti  applaudire le uscite aggressive di Salvini contro i migranti mi sono chiesta da quali visceralità provenisse un’adesione così immediata e acritica ad espressioni di tale “cinismo primitivo”. Ho cercato di superare il senso di disgusto e di disapprovazione  per tali comportamenti sia dell’uno che degli altri. Ho avvertito che sotto a tali tristi eventi si agita lo schema amico-nemico utilizzato  istintivamente da parte dei vocianti e furbescamente dal politico sbruffone e straboccante al quale hanno abboccato e stanno abboccando moltissimi, troppi secondo me.. Mi viene in mente il pensiero kleiniano (troppo raffinato per interpretare tale situazione becera?) e decido di provare ad offrirne una versione semplificata e fruibile a livello di social.

LA DOPPIA PULSIONE

La pulsione libidica e quella destrudica (l’amore e l’odio) che caratterizzano l’essere umano alla nascita, secondo la psicoanalista M.Klein, mettono in difficoltà il neonato perché non sa come fare a veicolare all’esterno la pulsione destrudica che preme e che gli fa emergere fantasie persecutorie se rivolta verso la madre che gli garantisce la sopravvivenza .Allora il bambino inventa un strategia mirabolante. Scinde la madre in due parti: quella buona-presente (pronta a soddisfare i suoi bisogni) e quella cattiva-assente. In questa posizione il bambino può restare a lungo se la madre non è “sufficientemente buona”. Questa espressione sta a significare che una madre avveduta non dovrebbe “reciprocare” nella stessa intensità  né la pulsione libidica né quella destrudica . Soltanto in presenza di una madre appunto di questo tipo possiamo rappresentarci il bambino che dice a se stesso”Ma la mamma non si è ossidata, non si è arrabbiata anche se attaccata da me, vuol dire che sono io che amo e odio insieme. E così si ritrova a riunire le due madri che aveva diviso. Contemporaneamente avvenendo l’accettazione della propria ambivalenza con il superamento della “scissione”, dovrebbe anche prepararsi il successivo superamento della divisione del mondo in Buoni o Cattivi, in Bianco o Nero, in Amico o Nemico.

AMICO/NEMICO

Questo in parole poverissime la sintesi di un passaggio topico del pensiero kleiniano che l’approccio di analisi psicosociale (APS) utilizza molto nelle sue ricerche. L’aspetto interessante però è quello che fa risalire questa versione che riguarda il piccolo dell’uomo, nei suoi aspetti ontogenetici, come evoluzione di un comportamento ancestrale animale. L’animale superiore (vertebrato) deve saper istintivamente regolarsi nel rapporto intraspecifico. In altre parole scambiare un nemico per un amico per un animale significa il rischio di rimetterci la vita; scambiare un amico per un nemico significa il rischio di rimetterci la  specie.<Va inoltre sottolineato come l’animale non sia in grado di “riflettere” su questa sua modalità comportamentale, non sia in grado di riferire su di essa commenti anticipatori o seguenti all’azione, e quindi come questa modalità sia necessitata per l’animale stesso”(da R.Carli e A.Mosca,Gruppo e istituzione a scuola). Utilizzare perciò lo schema AMICO/NEMICO continua ad essere ineludibile nel mondo animale .Il piccolo dell’uomo ha invece un lungo periodo di “neotenia”per cui non ha a che fare con  la distinzione tra amico e nemico, ma con lo stesso problema diventato però intrapsichico: l’ambivalenza. Possiamo perciò concludere che è ancora una volta l’etologia che ci permette di interpretare determinati comportamenti umani: la difesa del territorio fa scattare anche  negli esseri umani l’ antico e animalesco  schema amico/nemico, in assenza totale di riflessività, ed attiva la sudditanza osannante nei confronti del “capo branco” forte ed arrogante ma che ti risparmia la fatica di decidere in proprio e ti offre non la soluzione del problema ma l’eliminazione del problema stesso                    .

E’ su questo schema ancestrale che la propaganda leghista odierna fa leva (dov’è andata a finire la prima Lega, che in fondo aveva dimostrato di essere una  buona amministratrice?), legittimando antiche pulsioni e neutralizzando il richiamo alla umanizzazione e alla compassione, sollecitate dalla possibilità di fermarsi a pensare  e “risentire” dentro di sé che il “volto dell’altro ci interpella” come ebbe a dire il saggio e caro Levinàs,  con una frase molto felice e significativa. Allora a  meno che non venga sollecitata la “riflessività”, competenza prettamente umana che ci fa capire e rielaborare che nessun soggetto è mai completamente buono o cattivo, che ognuno racchiude in sé  aspetti positivi e negativi, ci facciamo trascinare nella vecchia dicotomia che ci ha a lungo indotto il comportamento descritto. Per evitare ciò bisogna però  andare oltre le prime apparenze e affrontare la “fatica di pensare”, aspetto che purtroppo oggi sia la famiglia cerca di evitare ai propri figli- cuccioli d’oro da iperproteggere – sia la scuola che ancora , in larga maggioranza, preferisce aggiustarsi sul pensiero “riflettente”, come restituzione del pensiero di altri,  al posto del  pensiero “riflessivo”.

La scuola

E qui  veniamo alla scuola e alla domanda cruciale: Ma cosa ha fatto la scuola ( o non ha fatto) se è fallita nella finalità di  dare strumenti per resistere a questi richiami forti “della foresta”? Come mai questa gran massa acritica si ritrova ad applaudire al primo “salvini” di turno che la aizza contro il migrante in quanto “diverso” che arriva, o rischia di arrivare, nel “ territorio”considerato di proprietà? Mettendo in atto comportamenti orripilanti, con una sicumera incredibile tanto da far perdere il senso del pudore e della vergogna? Ma non avevamo detto che in questa epoca dal click facile, in cui la “risposta esatta” è alla portata di smartphone, la scuola deve invece agevolare la “comprensione profonda e duratura” (Wiggins) di quelle conoscenze essenziali che vanno sotto i nome di “grandi idee”che hanno un valore durevole oltre la scuola e che illuminano e danno senso alle altre conoscenze, dando slancio al raggiungimento delle cosiddette competenze? E la grande idea di “bene comune” non è forse una di quelle idee che devono restare un faro, una bussola per tutta la vita? E il bene comune non è forse il superamento della piccola idea del proprio recinto che si esaurisce nella domanda semplicistica ed egoista: “ Ma a me cosa mi conviene?”. Lo slogan “prima gli italiani”, in questo pianeta ormai dilatato fino agli estremi confini del mondo, è questo piccolo recinto dove si aggirano omini miopi ed arrabbiati.