L’alternanza scuola lavoro al tempo del populismo

di Fabrizio Dacrema

 

Con il consenso di quasi 45 mila iscritti alla piattaforma Rousseau e di qualche gazebo leghista, il nascente governo giallo-verde si appresta, con ogni probabilità, a privare un milione e mezzo di studenti del diritto all’alternanza scuola lavoro.

Questo si evince dalla lettura del programma M5S-Lega che, per la verità, per essere un contratto non brilla per chiarezza e precisione. A partire dall’attribuire alla “Buona scuola” un effetto di solo ampliamento delle ore obbligatorie di alternanza scuola lavoro, mentre la legge 107/2015 ha introdotto sia l’obbligo e che i monte ore minimi.

L’alternanza è descritta come uno strumento con potenzialità positive, ma che “si è presto trasformato in un sistema inefficace, con studenti impegnati in attività che nulla hanno a che fare con l’apprendimento”.

La causa del fallimento secondo il programma sarebbe da individuare nella mancanza di “controllo né sulla qualità delle attività svolte né sull’attitudine che queste hanno con il ciclo di studi dello studente”.

La conclusione è piuttosto drastica: lo strumento alternanza così come è “non può che considerarsi dannoso”.

A quali azioni di governo si siano vincolati i sottoscrittori di questo contratto non è chiaro, ma le conclusioni non fanno ben sperare per il futuro dell’alternanza.

Più che a una drastica cancellazione, il breve testo fa pensare a una riformulazione delle norme per  eliminare l’obbligo o ridurre le ore obbligatorie.

Indubbiamente il testo coglie il malessere di parte del mondo della scuola causato, oltre che dalle resistenze al cambiamento di parte degli insegnanti, dagli errori di attuazione: mancanza di gradualità, insufficiente formazione degli operatori, assenza di coinvolgimento delle parti sociali.

Tuttavia, alla prova del governo, le ambiguità dovranno essere sciolte.

Se prevalesse la convinzione che l’alternanza sia un “efficace strumento di formazione dello studente”, allora l’azione del governo dovrebbe confermare l’obbligo, necessario per assicurarla a tutti gli studenti, e si dovrebbe impegnare a superare i limiti della prima attuazione introducendo miglioramenti.

Questa scelta, però, deluderebbe l’opposizione più ideologica e corporativa alla Buona Scuola che in larga parte ha alimentato il voto populista. Questa parte del mondo della scuola considera l’alternanza scuola lavoro un attentato al modello tradizionale di insegnamento o una forma di sfruttamento e di subalternità al pensiero unico neo liberista: il loro obiettivo è l’abrogazione dell’obbligo. In questo modo tornerebbe a essere l’esperienza di una minoranza di studenti: prima della legge 107 gli studenti in alternanza erano solo il 9%.

Cadrebbe così una delle poche scelte della recente politica scolastica orientate al futuro, “in grado di fornire gli strumenti adeguati per affrontare il futuro con fiducia” per usare il linguaggio del “contratto di governo”.

Ogni studente deve imparare ad apprendere competenze lungo tutto il corso della vita intrecciando continuamente studio e lavoro. Questa “capability” è la chiave per affrontare il futuro dell’innovazione continua, spiazzante e dirompente, e l’alternanza scuola lavoro è uno strumento decisivo per apprenderla.

Certo questo avviene se le esperienze sono di qualità, quando le scuole trovano strutture ospitanti con cui co-progettare i percorsi di alternanza invece di limitarsi al mero adempimento formale assegnando gli studenti a contesti lavorativi improbabili.

Occorre però tener presente che, già oggi e nonostante i tanti ostacoli, la maggioranza delle esperienze sono buone o sono sulla strada giusta. Secondo alcune indagini realizzate dalla Fondazione Di Vittorio le esperienze a rischio sarebbero 1/4 – 1/5 del totale: tante ma non tali da giustificare la scelta di tornare indietro rinunciando a uno strumento fondamentale per innovare la scuola, migliorare il sistema produttivo, dotare tutti gli studenti di competenze utili per il lavoro e l’esercizio della cittadinanza democratica.

Giustamente il programma di M5S e Lega sottolinea l’importanza della coerenza delle attività in alternanza con il percorso formativo dello studente, ma occorre anche tener conto che le competenze trasversali (key skills, soft skills, life skills, …) sono ormai diffusamente considerate essenziali per il lavoro 4.0 perché meno sostituibili dall’intelligenza artificiale: flessibilità mentale, creatività, autonomia decisionale, attitudine al problem solving, team working, comunicazione, empatia … tutte capacità prodotte dall’intreccio di sapere, saper fare e saper essere oltre la persistente contrapposizione tra conoscenze e competenze che continua improduttivamente ad appassionare il dibattito italiano.

Le esperienze alternanza scuola lavoro sono la principale occasione che gli studenti hanno a disposizione per apprendere queste competenze perché si realizzano in contesti autentici e sono finalizzate a risolvere problemi reali.

Non deve sfuggire, in particolare modo a chi la riduce a subalternità alla domanda breve del mercato del lavoro, che l’alternanza scuola lavoro può e deve  essere uno strumento essenziale per superare il vecchio concetto di occupabilità di tipo adattivo e funzionalista, schiacciato sul presente del sistema produttivo, a favore di un nuovo modello finalizzato a costruire le capacità del soggetto di attivare  le proprie potenzialità in un futuro imprevedibile.

Puntare esclusivamente sulle conoscenze generali e astratte è insufficiente non solo per il lavoro 4.0 ma anche per un’efficace educazione alla cultura democratica. Nei percorsi co-progettati con le diverse strutture ospitanti (private, pubbliche, terzo settore) i giovani apprendono a utilizzare conoscenze e abilità per cambiare/migliorare la realtà. Sia nel lavoro che nell’esercizio della cittadinanza attiva le competenze sono infatti determinanti per ottenete risultati e cambiare positivamente lo stato delle cose. Esattamente il contrario della comunicazione politica populista tutta protesa a proporre soluzioni finte a problemi reali nell’intento di suscitare consenso…proposte tanto seducenti quanto inattuabili secondo il Presidente Mattarella.

Per tutte queste ragioni il recente accordo tra CGIL CISL UIL e Confindustria, in coerenza i consolidati orientamenti europei sul work-based learning, indica al prossimo Governo e al nuovo Parlamento la necessità di estendere e rafforzare la qualità delle esperienze, valorizzando i percorsi virtuosi, supportando le istituzioni formative, promuovendo la capacità formativa delle imprese. Non si tratta solo di confrontarsi con sindacati confederali e le rappresentanze datoriali ma di coinvolgerli attivamente nella costruzione di un sistema (cabine di regia, sostegno alla crescita della capacità formativa dei contesti lavorativi, formazione e valorizzazione tutor scolastici ed esterni), nazionale e territoriale, finalizzato alla qualità dell’alternanza e dell’apprendistato duale.

Proposte inattuali ai tempi della disintermediazione e del populismo, nondimeno essenziali se lo sguardo si alza oltre la redditività economica e politica a breve termine.