Colpire tranquilli

di Gabriele Boselli

 

Concause della vecchia e nuova violenza nelle scuole: psicologismi, buonismi, denigrazione mediatica degli impiegati pubblici in genere, infondata autopercezione di irrilevanza dei docenti. Incide anche la ventennale inconsistenza culturale dei vertici MIUR e loro incapacità di indicare alle scuole un senso credibile del loro operare. Il tutto favorisce violenze comunque inammissibili contro le vittime, siano docenti, altri studenti, pubblici funzionari in genere. Concorrono al fenomeno i pur rari docenti di personalità debole; ma per insegnare non dovrebbe essere necessaria una personalità carismatica.

 

 

Una subcultura della devianza anche all’interno delle scuole c’è sempre stata ma non si traduceva in fatti di violenza verso i docenti o i funzionari. Oggi sì: sono episodi eccezionali ma costituiscono eccezioni intollerabili. Specie nella  scuola che è essenzialmente un luogo di pace ove ancor più che altrove ogni forma di sopraffazione è intollerabile. Idem per le altre istituzioni dello Stato oggi spesso colpite, quando non altrimenti, dalla mancanza di rispetto.

Dopo aver denigrato per anni la scuola e le pubbliche istituzioni in genere, compromettendone il prestigio e l’autorità,  i media si accorgono ora che docenti e studenti (ma anche i bidelli e altri collaboratori o pubblici  funzionari) sono spesso oggetto di ogni offesa morale e materiale. Il fatto nuovo non è la violenza dei singoli ma l’estrema frequenza degli episodi specie in certi tipi di scuole e soprattutto la relativa mancanza di denunce da parte delle vittime dovuta alla consapevolezza che gli adolescenti criminali –quasi mai efficacemente contrastati dalle istituzioni scolastiche ed extrascolastiche – tornerebbero a colpire con rinnovata cattiveria.

E’ una nuova triste miniera di notizie e non-notizie, di filmati messi in circolo e ripresi da altri media in un triste spettacolo senza fine in cui la portata dell’insulto alla persona offesa è moltiplicata migliaia di volte. Alcuni episodi  vengono denunciati ma la maggior parte (tanti!) vengono taciuti dagli offesi. Nel caso dei docenti  per non aggiungere al danno biologico la beffa dell’accusa di “non saper farsi rispettare” e di non aver saputo adottare le “metodologie più opportune nei confronti degli alunni a forte disagio sociale”. Incrementando esponenzialmente la sofferenza personale.

Le forme di offesa a docenti e dirigenti e pure ad altri alunni praticate nelle scuole da troppi alunni e qualche adulto sono le più varie: furti e vandalismi (ormai di fatto depenalizzati) sono frequenti; sadismi di vario tipo, insulti e minacce sono frequentemente urlati. Qualche docente povero di spirito e tremebondo teme di reagire per non ricevere contestazioni di addebito o essere inquisito anche penalmente, come purtroppo è accaduto.

Certo è comunque che né gli studenti malvagi né i loro genitori hanno con ogni probabilità, nulla di serio da temere, anzi: il docente si guarderà bene di rivolgere altre osservazioni o attribuire brutti voti per non esporsi all’accusa di volersi vendicare. Le sanzioni disciplinari, anche laddove adottate, sono risibili e spesso vissute come accreditamento della temibilità e dunque del prestigio del bullo. Il difetto di deterrenza indurrà gli studenti peggiori e i genitori più sconsiderati a ulteriori mortificazioni verso chi pratica il mestiere bellissimo ma spesso ingrato dell’insegnare.

 

cause

 

Le cause di quest’ampia tipologia di comportamenti criminosi sono naturalmente numerose e difficili da analizzare. Un posto importante lo detiene la sistematica denigrazione dei pubblici impiegati –dagli insegnanti agli impiegati comunali e statali ai medici del pronto soccorso-  presentati dai media come una massa di incompetenti e fannulloni contro cui ogni insulto è legittimabile. Dalla denigrazione si salvano solo i giudici poichè detengono direttamente gli strumenti per reagire. C’è giustamente il reato di “vilipendio della magistratura”, non quello di “vilipendio della docenza” e il docente offeso deve affrontare lunghi, costosi e incerti percorsi giudiziari.

 

Da quando la teoria del controllo disciplinare è passata dalla pedagogia alla psicologia gli autori del comportamento irresponsabile e violento con il connesso piacere di far del male a qualcuno trovano sempre una qualche giustificazione: “la famiglia del ragazzo non è stata integrata culturalmente nell’ambiente di migrazione”, “nella cultura rom rubare non è presentato come colpa” “i genitori si stanno separando”, “il padre lo picchia”, “gli altri ragazzi lo ignorano” oppure, peggio, “era stato provocato”. Laddove la provocazione era un voto ritenuto troppo basso, o un richiamo a comportamenti più accettabili e a una maggior diligenza nello studio. O anche, nel caso della violenza verso altri alunni, l’esclusione da una festa, la fine di un idillio o anche e più spesso l’abituale incapacità della vittima di reagire all’aggressione.

Ogni riguardo all’aggressore, poca attenzione alla vittima, al troppo buono; questi

“in fondo se l’è cercata” con la sua incapacità di difendersi.

Qualche sciaguroso alunno esplicita similmente il senso di impunità: “Io dico e faccio quel che mi pare perché tu –sia questi un docente che un altro alunno- non sei capace di farmi niente”. E il guaio è che i fatti poi gli danno ragione.

 

Inconsistenza personale di parte dei docenti

 

Una certa parte in questi tristi fenomeni è da ascriversi alla responsabilità di docenti e dirigenti gravemente impreparati, al punto che la loro ignoranza risulta evidente anche agli studenti. Stanno in cattedra o in ufficio solo per effetto di decenni di assunzioni senza concorso o con concorsi alla napoletana o alla siciliana in cui alla fine sono stati dichiarati idonei da commissioni irresponsabili in misura pari al quadruplo dei posti previsti dai bandi. Altri docenti culturalmente preparati scontano la pena di una personalità per nulla carismatica ma debole e incapace di reagire alle aggressioni. In un ambiente genericamente buonista non ci sono remore all’aggressione verso di loro.

 

Vuoto culturale del MIUR

 

Ma la principale zona buia principale delle carenze educative della scuola è forse individuabile nell’estrema inopia culturale dei gruppi che da oltre venti/trent’anni fanno la politica culturale del MIUR. Le rappresentazioni teatrali (alias convegni) e gli scritti della vetrinetta (circolari) sono stati e sono controllati da gruppetti di non-pensanti privi di una visione filosofico-pedagogica, culturale e alto-politica delle realtà di cui trattare. Non-pensando, ma dando comunque istruzioni, emanando normative “tecniche”, privilegiando gli strumenti sui fini tali gruppetti sono risultati graditi al potere; al di là del cambiamento dei ministri (più o meno laureati) sono stati sempre sostanzialmente confermati. E hanno stabilmente instaurato il non-pensare tecnico-simile come sintagma dominante nei programmi di studio e dei concorsi, nella formazione dei docenti e dei dirigenti, trascurando se non nella sintomatologia (iniziative sul bullismo progettate da psicologi) gli effetti anche del loro vuoto di cultura: la carenza di valore attribuito all’educazione. Affetti da mania economicista e oggettivismo docimologico hanno inseguito gli obiettivi a scapito delle mete, gonfiato la superficie dell’istruzione e depresso l’educazione, poiché quest’ultima non è rilevabile nei test INVALSI, istituto dove la pedagogia è assente e domina una cultura psicologistica.

Il vero programma di studio è oggi un meta-programma: il superamento dei test dell’istituto di Frosinone. E che l’educazione vada a farsi benedire.

 

Gabriele Boselli