Tornare al sindacato

di Dario Missaglia. 

“Dopo nove anni abbiamo riconquistato il contratto” afferma senza enfasi ma con la giusta soddisfazione, il messaggio di fondo della Flcgil. E in effetti basterebbe questo a spiegare una delle ragioni fondamentali per dire sì, con convinzione, a quella ipotesi di accordo. Le risorse sono modeste, è vero, ma finalmente fuori dalle invenzioni dei bonus paternalisticamente elargiti; le innovazioni normative non sono sempre facilmente decifrabili ma la riconduzione alla contrattazione di pezzi della attuazione della legge 107 consente di guardare con maggiore fiducia al futuro.
E’ vero che alcune organizzazioni sindacali, guardando alle elezioni delle RSU più che al contratto,
hanno aperto un fronte contestativo con l’obiettivo di strappare qualche consenso in più, ma il personale della scuola ha conquistato nel tempo una “maturità” politica che le ha consentito di ragionare con realismo e consapevolezza di fronte alle contraddizioni del tempo presente e delle reali risorse disponibili.
Se c’è invece una riflessione che mi pare sfuggire sostanzialmente all’attenzione del dibattito aperto, è quel “dopo nove anni” citato in premessa. Che cosa è accaduto in questi nove anni? Che ne è della vitalità sindacale interna alle scuole? Come si sono assestate le relazioni interne? E i ruoli che abbiamo conosciuto, quello docente in primo luogo ma anche quello dei dirigenti scolastici, come si sono “evoluti”?
Non abbiamo ricerche mirate in proposito e quindi ci muoviamo tra cronache, racconti, episodi
testimonianze ma anche linee di riflessioni che toccano la scuola e non solo.
Da questo punto di vista tornare nelle scuole, discutere con i lavoratori, sentire la rappresentazione di quanto stanno vivendo nella loro quotidianità, sarà di grande importanza per il sindacato.
Io ho le netta percezione che il dilagante individualismo che è stato trascinato dalla crisi della politica, dei partiti e da una vincente idea individualistica ( del lavoro, dell’economia, della politica,della cultura) abbia pervaso le stesse comunità scolastiche. Questa deriva, per nulla compresa dalla sinistra, è penetrata nelle pieghe della società ( dalla comunicazione alla pratica politica) innestando un mutamento profondo della condizione umana. Il nuovo capitalismo finanziario è andato oltre la mercificazione del lavoro; ha mercificato la società, ha annullato i legami sociali, ha condannato le persone a una condizione di isolamento e precarietà. Deprivata delle reti sociali in cui i conflitti si elaborano, si comprendono e diventano azione politica e culturale, la società è andata via via assumendo tratti rabbiosi e rancorosi che hanno aperto le braccia ai populismi emergenti e allo sconvolgimento elettorale cui abbiamo assistito.
Non siamo solo di fronte a una sconfitta politica della sinistra ma a uno smarrimento profondo e a un vuoto culturale che richiede l’apertura a tutto campo di una discussione che vada oltre il ceto politico e riapra un percorso di democrazia partecipativa.
Fino a qualche anno fa, parlavamo di crisi degli organi collegiali e lamentavano spesso la mancanza di riforma degli stessi. Io credo che oggi possiamo affermare che gli organi collegiali siano scomparsi, ridotti a un simulacro burocratico che viene ritualmente rispettato e nulla più. Oggi l’insegnante è solo di fronte alla sua disciplina, alla sua cattedra, alle classi che gli vengono assegnate. Ristretti gruppi gravitano e lavorano con il Ds per la realizzazione di qualche progetto che porti qualche risorsa finanziaria in più.
Ma non c’è in questo nessuna leadership distribuita perché manca la condizione di base : cioè valorizzare e potenziare i diritti di partecipazione e di decisione dei docenti sui processi di organizzazione del lavoro.
Privato di questa condizione fondamentale, il lavoro si brutalizza, si separa dalla persona, diventa solo prestazione individuale obbligatoria per un pezzo di salario. E’ un lavoro che perde senso, carica etica, smarrisce la finalità educativa e dunque si espone anche a derive negative impensabili fino a qualche anno fa. Che cosa significano questi crescenti episodi di cronaca in cui singoli docenti sono coinvolti ora in atti di violenza anche verso i bambini più piccoli ora in atteggiamenti inaccettabili verso gli/le adolescenti ?
Lacune nella selezione del personale certo ma anche una caduta verticale della deontologia professionale dei docenti di cui non parla più nessuno e che proprio anche per questo sono sempre meno riconosciuti dalla società. Perché la deontologia richiama valori etici e professionali di una comunità di persone che si riconoscono in una “missione” sociale da perseguire con grande attenzione alle proprie responsabilità che sono innanzitutto tali verso chi viene a scuola per apprendere.
Eppure proprio ora bisognerebbe tornare a parlare di deontologia perché il mestiere di insegnare si è profondamente modificato senza che ce ne accorgessimo, ci ha mostrato tutta la debolezza di un
insegnamento ancora parcellizzato in discipline, in curricoli troppo estesi orizzontalmente e assai poco profondi, in modalità e tecniche didattiche che sono state travolte dalla innovazione tecnologica. In scuole in cui ci sono ancora classi e cattedre e non attività con docenti e studenti in grado di dare forma alla organizzazione e ai tempi della scuola.
E’ la comunità di persone che è stata smantellata dai processi di individualizzazione; e in questa
solitudine si smarrisce il valore deontologico della professione e la dimensione collaborativa del lavoro docente. Il sindacato allora diventa davvero marginale e periferico magari ancora utile come tutela individuale o servizio di consulenza ma nulla più. Una politica di sinistra avrebbe dovuto contrastare questa deriva e non assecondarla teorizzando, si fa per dire, la disintermediazione sociale o pensando che la introduzione di dirigenti “sceriffi” o comunque con maggiori poteri, avrebbe risolto i problemi di gestione qualitativa della scuola. Cercate di cogliere il clima che si respira in quelle scuole in cui è tornato “il/la preside”, quello che governa davvero, dice, dispone, impone a una platea di singoli in cerca solo della propria tranquillità individuale.
Guardate quanti danni e quale caduta di qualità nelle relazioni dentro la scuola hanno prodotto queste idee che non siamo riusciti a contrastare fino in fondo.
C’è allora un gigantesco lavoro culturale e professionale cui rimettere mano e questo non lo “importerà” nessuno nella scuola; è nella scuola che deve crescere, prendere forma, riaprire una fase nuova capace di farci guardare al futuro. Se tutto ciò è accaduto in questi nove anni, la firma del contratto deve significare che la Cgil sceglie di ricollocarsi tra le persone che lavorano per diventare uno dei soggetti fondamentali per ricostruire questo nuovo territorio di cui ha bisogno la scuola, le nuove generazioni, il Paese.
Questo è anche il terreno in cui la persona che lavora può ritrovare senso, passione, piacere per il lavoro ben fatto “insieme”, riconoscibilità contrattuale certo ma anche sociale del proprio impegno. Certamente tutto ciò comporterà anche un mutamento profondo del nostro sindacato; la crisi della politica non si è fermata fuori dalla porta del sindacato e non guardarla negli occhi per affrontarla con passione e determinazione, sarebbe fatale. Ma è proprio nel radicamento nei posti di lavoro che troviamo la carica, le energie, le idee, le proposte per ridisegnare il futuro.
Ecco perché mai come in questa fase, riprendersi il sindacato con un voto, è molto di più di una scadenza elettorale.

di Dario Missaglia, responsabile education FDV