A mezzo secolo dal mio ‘68

di GABRIELE BOSELLI. 

Il 1968 fu un anno di trasformazione davvero profonda di una società in piena elaborazione del novum culturale, politico, scientifico, economico, etico, religioso. Nonché dell’esistenza mia e del privato di tanti coetanei. Io parlerò qui della mutazione di pensieri e atteggiamenti che avvenne in campo scolastico, letta attraverso quel che ricordo di quegli anni, mezzo secolo dopo.

  1.  Il ’68 tra il paese e Urbino

Cinquant’anni fa abitavo a Savignano sul Rubicone, in una casa ancora non riparata dai disastri della guerra. Ero studente di Pedagogia presso l’università di Urbino, iscritto alla FGSI (Federazione giovanile socialista). Leggevo molto, più di adesso, e discutevo di scienza e di politica, nonché di poesia e ancor più di ragazze, con i coetanei. Di solito ci si vedeva intorno al monumento ai caduti di Savignano sul Rubicone oppure nel bar ACLI o anche a casa mia, da cui mia mamma nel corso di quell’anno sarebbe partita per il cielo. Non essendo obbligatoria la frequenza, andavo all’università solo qualche volta e per dare esami. Gli amici del circolo studentesco savignanese, alcuni altri e il Partito erano, dopo i miei genitori e la biblioteca comunale, la mia più importante finestra sul mondo.

  1. Un ’68 critico/giocoso

Il mio ’68 cominciò verso la fine dell’anno ed ebbe il culmine nel ’69. Con gli esami del I anno avevo vinto il presalario (allora piuttosto sostanzioso, 500.000 lire) e un posto gratuito alla Casa dello studente di Urbino; potevo frequentare per tre giorni alla settimana poiché negli altri davo lezioni private e lo facevo per le scuole medie in tutte le materie, tranne inglese e disegno.

Dovessi definire con qualche aggettivo il mio ’68 lo chiamerei seriamente critico e giocoso insieme.

Critico perché i miei autori preferiti erano (e sono rimasti) Kant, Schelling, Hegel, Husserl e Heidegger. Critico perché avvertivo pochissimo il comune senso di soggezione all’Autorità. Critico perché “contestavo” i miei professori di allora non con le uova come altri facevano ma poiché analizzavo con altri studenti i libri di testo e i loro discorsi decomponendoli in strutture più elementari, esplicitandone le matrici e ricomponendoli secondo principi diversi, generatori di altre tesi. Di solito contrastanti.

Giocoso perché in quel tempo veniva costruita ed espressa con diletto una scienza non ingessata, viva, generativo-trasformazionale, intenzionata al futuro; e noi studenti ci arrogavamo il diritto di concorrere all’impresa. Giocoso perché condotto con il piacere di far agire idee e cose importanti, spesso con il gusto goliardico di prendere in giro ragionamenti e comportamenti seriosi e a volte anche quelli seri ma lontani da noi.

  1. Il controcorso di metafisica

L’espressione per me più bella di questa tendenza fu il “controcorso di metafisica” nato in una dura ma rispettosa contrapposizione dialettica con il prof. Pasquale Salvucci e altri esponenti della cultura allora egemone e non solo a Urbino: quella marxista, che mi appariva allora intrappolata dalla propria presunzione di costituire l’unica a ridisegnare in buonafede autentiche visioni e “scientifiche” prassi -nel e del- mondo.

Mentre le lezioni ufficiali vertevano quasi tutte su Marx, Engels, Althusser (letto comunque con sospetto) o Massolo, noi del controcorso (mediamente una decina) commentavamo Parmenide, Platone e il Kant della Critica del giudizio o il Gentile di La filosofia di Marx e di  Genesi e struttura della società. Partecipando al controcorso mi venne l’idea di cominciare a scrivere fin dall’inizio del terzo anno una tesi teoretica a partire dalle idee della Dialettica trascendentale kantiana, una scelta per allora “rivoluzionaria” e comunque, credo, per molti versi mai più praticata.

  1. Un episodio “militare”

A Urbino non ci fu alcuna “valle Giulia”. Solo qualche giornata di tranquilla “occupazione” e assemblee solitamente di alto profilo culturale. I rapporti degli amici del controcorso e miei con la maggioranza del Movimento studentesco erano in genere molto critici sul piano culturale ma –condividendone età e condizione- segnati da una solidarietà di fondo.

Fu così che –a università chiusa e mentre quelli del movimento studentesco premevano per entrare dalla porta principale- noi ci trovammo sul retro, di fronte al muro del cortile universitario e nei pressi di una scala tentatrice. Il senso di solidarietà e la presenza di alcune ragazze –e forse la connessa speranza nella ricompensa che spetta agli eroi- fecero sì che prendessimo quella scala, scalassimo il muro e andassimo ad aprire la porta d’ingresso ai compagni/avversari del Movimento.

Il tutto con molta allegria e noncuranza delle possibili conseguenze disciplinari.

  1. La costruzione della tesi

Per la tesi mi rivolsi a Italo Mancini, filosofo della religione e sommo studioso di Heidegger e Gadamer. Caro Boselli -questo in sostanza quel che mi disse, o che io capii del suo discorso- è bene che tu non scriva del pensiero di altri perché non ami troppo soffrire la “fatica del concetto” lavorando sulle pagine altrui; racconta in prima persona, in forma di teoria, cosa pensi tu delle grandi e per te più interessanti questioni filosofiche trattate dagli autori che ami.

Nacque così in due anni  (avevo dato quasi tutti gli esami nei primi due per riservare alla tesi il tempo necessario: volevo, con l’entusiasmo dei vent’anni, il “capolavoro”) il DE METAPHISICA,  un quaderno di sole settanta pagine in cui mi sembrava di esser riuscito ad astrarre e condensare il mio pensiero sulle questioni dell’anima, dell’unità del mondo e di Dio non secondo il tale e il tal’altro autore ma in prima persona e in tendenziale esclusione da ogni contesto, al punto che né sul frontespizio né all’interno vi erano le rituali scritte indicanti l’università, il relatore, il trattarsi di tesi di laurea etc . Poco prima che mi laureassi, nel 1970, morì anche mio babbo.

Massima astrazione dal contesto, niente di meno ermeneutico per una tesi discussa con uno dei massimi studiosi di ermeneutica di quel tempo. Fu discussa nel 1970 con grave scandalo di gran parte del corpo accademico, come poi mi riferirono alcuni colleghi quando nel 1997 tornai in quelle aule come professore a contratto di filosofia dell’educazione.

Il ’68 fu anche quello. Oggi non sarebbe possibile che uno studente esponesse liberamente criticamente, creativamente e senza citazioni il proprio punto di vista sull’universo.

  1. L’eredità del ‘68

Questo mio piccolo personale contributo alla coscienza attuale del ’68 non tocca i grandi temi non scolastici che comunque venivano molto dibattuti in paese e a Urbino e si riflettevano nell’esistere quotidiano di studenti e professori. Vorrei qui limitarmi a esplicitare due tra i motivi per cui il ’68 rappresentò un anno scardinante e cardinale (i cardini sono il necessario ancoraggio del movimento ma anche le condizioni di possibilità di ogni evoluzione).

6.1 Fine della soggezione intellettualmente immotivata all’autorità scolastica e accademica.

Pur cercando di evitare atti di superbia, contestavamo i professori ignoranti (ce n’erano e ce ne sono) o intellettualmente chiusi o, a volte, semplicemente di altro avviso e non bravi ad argomentare. Ma era una con-testazione, prevalentemente condotta sul piano intellettuale e quasi sempre nei termini consentiti dalla legge. Sentivamo infatti di partecipare alla costruzione del sapere spostando la cattedra dalla nostra parte. Un paio di volte su un invito che mi rivolse Salvucci, ordinario di storia della filosofia, per contro-lezioni di raffronto fra Kant e Husserl.

Consentivamo quando vi era intelligente provocazione al con-sentire; dissentivamo decisamente e spesso rumorosamente quando era sottintesa l’affermazione “perché ve lo dico io”. Oggi il dissenso studentesco si manifesta il più delle volte con l’apatia, il rifugio nello smartphone o le cuffie nelle orecchie, non con vere e proprie argomentazioni contrarie.

6.2 Lieve indebolimento della ritrosia femminile.

In materia circolano molte leggende come quelle che l’università e le scuole superiori si fossero trasformate in un immenso casino. Il linguaggio diventò in effetti molto libero, ma solo quello; il reale rimase sostanzialmente quello di sempre: conquiste statisticamente irrilevanti e le poche vittorie ottenute solo dopo lunghi indiretti e diretti corteggiamenti articolati anche in  faticose argomentazioni politico-culturali notturne per favorire i rari appannamenti delle difese femminili.

Naturalmente al ritorno in paese si raccontavano imprese qualitativamente e quantitativamente gloriose o le si faceva raccontare da amici compiacenti cui il favore veniva poi restituito con i dovuti interessi.

Conclusione  

Altri tempi, salvo che per 6.2 ove -mi dicono- è cambiato poco. Il non pensiero economicistico e sintagmatico domina, specie al MIUR; quello critico/creativo langue in ogni ordine di scuola, da quella dell’infanzia (allora culturalmente avanzatissima) all’università. L’intelligenza divergente dei migliori docenti e studenti viene sistematicamente mortificata dagli apparati di valutazione INVALSI e ANVUR (1)

Degli studenti oggi non potrebbero mai scrivere una tesi come quella che scrissi io. Di Italo Mancini la mamma non ne fa più e nessun professore avrebbe il coraggio di autorizzargliela e di difenderla. La ricerca filosofica, estetica, religiosa, pedagogica è riconosciuta quando conferma lo stato dell’esistente, disconosciuta quando apre nuove vedute sul reale. Mi piacerebbe tanto tornare a quegli anni, a quelle radicali e rigorose discussioni, al tempo di quelle scuole e di quella università, a quelle compagne di studi e amori felici o anche solo tentati. Soprattutto riabbracciare i miei genitori. E per il mondo e per me un nuovo inizio.

(1) G. Boselli

  Studio sulle possibili fondazioni fenomenologiche di una valutazione “di sistema”, n°30 (2011), pp. 43-57, Encyclopaideia, UNIBO

Suggerimento di lettura Supplemento a Il Manifesto del 04- 03- 18