Storia, geografia, BYOD

Gian Antonio Stella sul Corriere della sera del 14 dicembre 2016 ha sottolineato la necessità di mettere mano alla conoscenza della storia da parte degli italiani e per raggiungere questo ambizioso obiettivo ha proposto di aumentare le ore di storia nelle scuole italiane.

Beppe Severgnini sempre sul Corriere della sera del 16 dicembre 2017 ha precisato che peggio della storia è messa la geografia ed ha invitato la ministra Fedeli a dedicare la sua attenzione alla storia e alla geografia e non all’uso degli smartphone a scuola. Non passa però giorno in cui non si individuino carenza gravi nella preparazione dei nostri studenti e che qualcuno di autorevole inviti il ministero ad aumentare ore di qua o di là: più sport, matematica, inglese, italiano, storia, geografia, e via di seguito. Nessuno ovviamente dice cosa si toglie per far posto a quello che si aggiunge, così si finisce per dare per scontato che lo studente italiano debba stare a scuola cinquanta ore la settimana per undici mesi in modo che tutti i cultori delle varie discipline fondamentali siano accontentati.

Direi che il problema banalmente si può riassumere così: solo un corretto uso degli smartphone a scuola e nella vita può oggi permettere agli studenti e ai cittadini di imparare qualcosa di realmente serio in storia e geografia (e anche negli altri settori, ma qui limitiamo il campo). Le ricette che partono dall’aumento dell’orario non tengono conto del fatto, segnalato più volte da Ocse e Unione Europea, secondo cui la scuola italiana è quella che ha il maggior numero di giorni e il maggior numero di ore d’Europa (se non è prima è seconda, in base a come si conta, ma siamo lì). Detto in soldoni: tanta scuola, modesti risultati. E questo è un problem solving in cui nessuno pare intenzionato ad addentrarsi.

Il problema non è che facciamo poco, ma che facciamo troppo e male. E d’altronde come è possibile che il sistema scolastico italiano sia considerato tra i peggiori del mondo e però tutte le scuole italiane siano buone (trovate – se siete capaci – un genitore o un insegnante o un dirigente che dica che la sua è una scuola pessima)?

Il problema è inverso rispetto a quello segnalato da Stella e Severgnini: non servono più ore, ma servono ore fatte meglio. E serve l’uso corretto dei dispositivi multimediali (smartphone inclusi) perché pensare che i ragazzi di oggi studino e imparino solo sui libri è pura fantascienza. Inoltre servono la geostoria e la geopolitica e dunque non  materie rigide con ore aumentate che porterebbero solo a folli orari che si allungano in un tempo pieno insostenibile, ma la capacità e la competenza per uscire dall’enciclopedismo delle classi di concorso ed entrare nel sapere che connette le conoscenze dentro un sistema di rapporti e non di nozioni. Servono competenze per connettere tra loro i saperi, non ulteriori eccessi di disciplinarismo.

Quindi studio della storia, della geografia e del resto con la consapevolezza che il web è un aiuto non un problema. Sennò l’ignoranza aumenter,à perché – come ha ben detto Edgar Morin – solo le teste “ben fatte” riescono a fronteggiare le terribili teste “ben piene”. Piene magari solo di stupidaggini o revisionismi.

Il decalogo ministeriale “Dieci punti per l’uso dei dispositivi multimediali a scuola – BOYD Bring Your On Device” è una buona cosa che permette di ragionare con attenzione sulle opportunità e cominciare ad analizzare seriamente problemi e pericoli. Nel decalogo come nel documento ci possono essere delle cose che non convincono e qualche idea può sembrare eccessiva o obsoleta, ma il documento mostra come la strada intrapresa è senza ritorno. Questa strada non vuole far vendere più dispositivi o cancellare i libri di testo, ma mettere la scuola davanti a cambiamenti che non possono essere valutati con un’alzata di spalle. Nessuna Università, nessun Centro di Ricerca, nessun momento di analisi sulla e della storia o sulla e della geografia prescinde dai dispositivi multimediali e da un’analisi comparata di testi scritti e documenti e dati ricercati sul web. Anche perché nessuno ormai se vuole sapere quando è nato Napoleone lo cerca su un libro se ha uno smartphone a portata di mano e nessuno se vuol conoscere una distanza stradale se la calcola da solo, così come nessuno se vuol sapere chi comanda di Kazakistan o vedere dove sta il Ciad tira fuori giornali o carte geografiche.

Siamo dentro un mondo che cambia con strumenti che stanno rivoluzionando la mappa concettuale del sapere. Ci vogliono competenze migliori per selezionare dati necessari a capire il passato e comprendere il presente. E bisogna dividere la retorica delle invettive di coloro che ritengono che aggiungendo ore alla scuola le conoscenze degli individui migliorino di per sé, dalla seria ricerca pedagogica che inserisce lo studente nel mondo in cui vive qui e oggi.

Stefano Stefanel